Cos’è il “danno parentale”

Trattasi di un risarcimento, a titolo di danno morale, che spetta ad un parente a seguito della morte colposa di un prossimo congiunto.

Ma ultimamente varie pronunce della Suprema Corte di Cassazione si sono occupate del risarcimento del danno morale causato ad un parente di una vittima che abbia riportato, non solo la morte, ma anche lesioni personali tali da rendere improseguibile il normale svolgimento della vita.

Le Sezioni Unite hanno, infatti, osservato che la causalità diretta ed immediata richiesta dall’art. 1223 c.c. per il risarcimento del danno, lungi dal costituire elemento ostativo all’individuazione del diritto dei prossimi congiunti ad ottenere il risarcimento del danno morale, rappresenta la conferma della caratterizzazione del danno parentale come conseguenza immediata del fatto illecito, meritevole pertanto di risarcimento.

Vengono, infatti, richiamati valori costituzionalmente garantiti, recepiti anche nella Costituzione europea (artt. 62 e 63), costituiti dal “diritto delle vittime al risarcimento totale dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti alla lesione di diritti umani fondamentali“.

Con riferimento al danno parentale, il danno morale attiene alla lesione (che si traduce in una perdita non patrimoniale) di due beni della vita, inscindibilmente collegati:

1) il bene dell’integrità familiare (artt. 2, 3, 29, 30, 31 e 36 Cost.);

2) il bene della solidarietà familiare, avuto riguardo sia alla vita matrimoniale che al rapporto parentale tra genitori e figli e tra prossimi parenti conviventi, -ma anche non conviventi- “specie quando gli anziani genitori sono assistiti dai figli”, (artt. 2, 3, 29 e 30 Cost.).

Il danno parentale, infatti, interessa una società stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, per cui i riferimenti costituzionali sono certi ed inviolabili.

Questo tipo di danno deve essere valutato alla stregua di un danno che gode di piena autonomia, quale lesione all’integrità morale della persona, che prescinde dall’accertamento di un fatto reato.

Non potendo essere peraltro provato, trattandosi di danno eminentemente rapportato alle qualità morali della persona e alle sue condizioni oggettive, oltre che soggettive, la sua valutazione non appartiene all’arbitrio del giudice ma è, viceversa, rimessa alla sua discrezionalità.

I criteri della valutazione del danno morale (che si desumono dagli artt. 1226, 2056 e 2059 c.c.) impongono una valutazione equitativa, poiché coinvolgono aspetti fortemente soggettivi della personalità, quali la dignità umana, non suscettibili di valutazione economica.

La sua applicazione attiene, dunque, alla prudente discrezionalità del giudice, che deve evitare l’arbitrio e considerare tutte le circostanze rilevanti.

Il preciso ammontare, di cui all’art. 1226 c.c., indica che il ristoro deve essere, comunque, satisfattivo.

Mary Corsi

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  1. elena

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