Lavoro domestico degli stranieri in cambio di vitto e alloggio

La Corte di Cassazione interviene a difesa dei diritti dei lavoratori stranieri che prestano il loro servizio come domestici nelle nostre case. Nella sentenza (n. 25859/2010) i giudici di merito statuiscono che le prestazioni di tipo domestico fornite in cambio di vitto e alloggio ed una modesta retribuzione da una straniera estranea alla famiglia configurano a tutti gli effetti un rapporto di lavoro subordinato. Il numero degli stranieri che forniscono prestazioni domestiche in cambio di vitto e alloggio aumenta sempre di più, nel nostro Paese. Anche la giurisprudenza prende atto di questa diffusa realtà, per questo è chiamata a pronunciarsi.

La Corte di Cassazione interviene a difesa dei diritti dei lavoratori stranieri che prestano il loro servizio come domestici nelle nostre case. Nella sentenza (n. 25859/2010) i giudici di merito statuiscono che le prestazioni di tipo domestico fornite in cambio di vitto e alloggio ed una modesta retribuzione da una straniera estranea alla famiglia configurano a tutti gli effetti un rapporto di lavoro subordinato.

Il numero degli stranieri che forniscono prestazioni domestiche in cambio di vitto e alloggio aumenta sempre di più, nel nostro Paese. Anche la giurisprudenza prende atto di questa diffusa realtà, per questo è chiamata a pronunciarsi. Nel caso di specie, un’immigrata aveva fatto ricorso verso una coppia per la quale lavorava, chiedendo che le fossero riconosciuti il Tfr e altre indennità economiche, maturate in seguito al rapporto di lavoro subordinato incorso tra le parti per ben cinque anni, dal 1993 al 1998. Il tribunale di primo grado e la Corte d’Appello avevano respinto l’istanza inoltrata dalla donna, accogliendo invece le motivazioni dei datori di lavoro.

Questi ritenevano di aver accolto in casa loro la donna per motivi umanitari, e di averle offerto un contributo di 400 euro e l’ospitalità in famiglia in cambio di un aiuto nelle faccende domestiche. La Suprema Corte si allontana del tutto dalle precedenti conclusioni, stabilendo che non sia configurabile un “rapporto di lavoro alla pari” , come tale disciplinato dalla legge n° 304 del 1973. Piuttosto ci si trova dinanzi ad un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, avente come oggetto le prestazioni domestiche fornite dall’immigrata.

Nonostante la presenza degli stranieri aumenti sempre di più e le loro prestazioni diventano utili e indispensabili in determinati ambiti (vedi assistenza anziani), purtroppo il riconoscimento del lavoro svolto spesso non avviene come dovrebbe, o si tende a sottovalutarlo. Per questo, come in casi di questo tipo, si deve ricorrere ai giudici per far valere i propri diritti.

2 Commenti

  1. Giulio
  2. Vera Benini

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