Risarcimento danni da sangue infetto. Ripartizione dell’onere probatorio sul tema della prescrizione.

Da quanto partono i famigerati 5 anni per la richiesta di risarcimento danni al Ministero della Salute? Ce lo spiega una sentenza dello scorso gennaio.

Come più volte da me sostenuto nei vari commenti, finalmente una sentenza che chiarisce la questione dell’exordium praescriptionis ed interpreta correttamente i principi stabiliti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nelle importanti sentenze del gennaio 2008.

Ricordiamo il principio stabilito dalla Suprema Corte, in ordine al termine entro il quale avanzare domanda giudiziale di risarcimento a seguito di infezione HBV, HVC e HIV, fissato in 5 anni.

Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, c. 1, c.c, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche” (Cass. SSUU 581/2008).

E’ stato, dunque stabilito il principio della conoscibilità del danno, nella sua forma irreversibile, correlato inscindibilmente alla sua rapportabilità causale.

Leggendo un po’ in giro, mi sono resa conto di quanto sia stato mal interpretato il detto principio, commentato nel senso di ritenere, quale dies a quo della prescrizione, automaticamente la data di inoltro dell’istanza per l’ottenimento dell’indennizzo, ai sensi della legge 210/92, che pure era stata prospettata dalla Cassazione, se pur con motivazioni che di volta in volta debbono essere valutate nel singolo caso.

Finalmente una sentenza di merito che, a mio parere, ben interpreta il detto principio. Il Tribunale di Roma, sez. II, Dottor Cricenti, con sentenza del 13 gennaio 2009, (dal pregevole sito www.studiolegalerls.it) in un caso in cui il Ministero eccepisce anche la prescrizione dell’azione di risarcimento (sulla base della non coincidenza tra responsabile civile e responsabile penale) ritiene infondata la tesi, in quanto il Ministero è, tra l’altro, tenuto alla responsabilità civile da reato, commesso dai suoi dipendenti.

Secondo il già citato passo della sentenza della Cassazione, “…non conta dunque quando ci si è accorti della malattia, conta il momento in cui il danneggiato ha avuto consapevolezza che quella malattia è dovuta ad un fatto ingiusto nei suoi confronti; e dunque non si può prescindere dalla conoscenza perlomeno del nesso causale. Di per sé la diagnosi che manifesta la presenza del virus non necessariamente comporta la conoscenza che quei virus è dovuto alla trasfusione. Solo quando c’è questa consapevolezza il danneggiato ha l’onere di agire, perché solo in quel momento può attribuire la responsabilità del contagio ad un certo autore. Nel caso presente, si può dire che la percezione di aver subito un danno ingiusto a causa della trasfusione, l’attore l’ha avuta soltanto quando la Commissione medica ha ipotizzato un nesso tra la sua malattia e la trasfusione medesima, ossia nel 2003. La citazione in giudizio è solo di quattro anni successiva. La citazione è del 2004, e dunque in termini. Tra l’altro, che il dies a quo sia un altro, o meglio, che l’attrice abbia avuto contezza del danno prima di quella data, è un dato la cui prova compete a chi eccepisce la prescrizione, piuttosto che a chi agisce in giudizio. Il Ministero in pratica dovrebbe provare che, secondo il criterio enunciato dalle Sezioni Unite, l’attore ha percepito la malattia come danno ingiusto in un momento anteriore al responso della Commissione…”.

Ed aggiungo che, diversamente, pur formulando il danneggiato delle ipotesi, anche circostanziate, sulla sussistenza del nesso causale tra patologia e trasfusione, non ritengo si possa pretendere l’esercizio di un’azione giudiziaria (con i notevoli costi che comporta ed i rischi di soccombenza) da parte del soggetto leso, laddove non abbia la piena e rigorosa certezza del reale soggetto contro cui agire.

A mio modestissimo parere, nella maggior parte dei casi, la detta certezza, che giustifichi appieno l’impulso giudiziario, è data dalla notifica da parte della CMO del giudizio sul nesso causale.

Le motivazioni a sostegno possono essere rinvenute nel notevole lasso di tempo intercorso tra evento (la maggior parte dei contagi è avvenuta tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80) ed esteriorizzazione del danno (data la lungolatenza della malattia spesso riscontrata oltre 10 anni dopo); per tale ordine di ragioni, non si può pretendere che il soggetto si attivi autonomamente per effettuare la tracciabilità dei donatori, cui propriamente è demandata l’istruttoria delle Commissioni Mediche Ospedaliere, né che si attivi giudizialmente per un diritto che ritiene solo probabile e non rigorosamente CERTO.

Di contro, si giungerebbe al paradosso per il quale il soggetto leso, inoltrata domanda giudiziale di risarcimento entro i 5 anni dalla data di inoltro dell’istanza di indennizzo, si veda notificare successivamente giudizio negativo, per mancanza di nesso causale (ad es. a seguito di negatività ai tests dei donatori).

Ovviamente, ci sono casi in cui il soggetto poteva accedere alle informazioni relative al contagio ben prima, ma la prova della relativa eccezione deve essere fornita dalla controparte che la solleva.

 

 Per tutti gli argomenti correlati vi rimandaimo alla tematica Diritto sanitario e responsabilità medica.

 
 

 

 

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