Cassazione: non va licenziato chi dice al suo capo: “Chi c…o credi di essere?”

La Corte d’Appello di Napoli aveva decretato, nel caso di specie, che non può essere licenziato l’ausiliario di una clinica privata che aveva esclamato al suo superiore “Chi cazzo credi di essere?”. La Corte di Cassazione è intervenuta recentemente per convalidare tale decisione. Questi i fatti: tra l’amministrazione delegato della casa di cura “Alma Mater” di Napoli ed il suo dipendente Saverio C. si era verificata una discussione, avente per oggetto il comportamento ritenuto poco corretto dell’ausiliario in più di una occasione. In particolare, si rimproverava che il sig. Saverio, addetto a trasportare vitto e stoviglie dei pazienti con un

La Corte d’Appello di Napoli aveva decretato, nel caso di specie, che non può essere licenziato l’ausiliario di una clinica privata che aveva esclamato al suo superiore “Chi cazzo credi di essere?”. La Corte di Cassazione è intervenuta recentemente per convalidare tale decisione.

Questi i fatti: tra l’amministrazione delegato della casa di cura “Alma Mater” di Napoli ed il suo dipendente Saverio C. si era verificata una discussione, avente per oggetto il comportamento ritenuto poco corretto dell’ausiliario in più di una occasione. In particolare, si rimproverava che il sig. Saverio, addetto a trasportare vitto e stoviglie dei pazienti con un carrello, aveva rotto bicchieri e piatti per fare un giro soltanto, ed inoltre aveva fatto urtare il carrello stesso alla bombola di ossigeno. Al rimprovero del suo superiore, l’ausiliario aveva risposto con la frase incriminata. La clinica riteneva che bastassero questi episodi, insieme alla frase pronunciata dal dipendente, per licenziarlo. Ma evidentemente la Suprema Corte non la pensa così, visto che con la sentenza n. 6569 ha confermato il verdetto della Corte d’Appello di Napoli, sostenendo che questi episodi e l’esclamazione della frase “Chi cazzo credi di essere?” non giustificano alcun licenziamento da parte della clinica napoletana. La frase pronunciata dall’ausiliario si inserisce nel contesto colorito di una discussione, e va ritenuta più che altro una reazione istintiva ed emotiva di un lavoratore che viene rimproverato da un superiore. La frase è stata infatti giudicata dalla Corte “irriguardosa, ma non minacciosa”, e non costituendo “vera e propria insubordinazione”, non giustifica né legittima alcuna “sanzione espulsiva” ai danni del lavoratore. Comunque il caso di specie verrà riportato davanti alla Corte d’Appello, che dovrà esaminare quale potrebbe essere il peso di precedenti sanzioni disciplinari sull’attuale condizione del lavoratore, e valutare se eventualmente possano essere causa di sanzione espulsiva. La sentenza offre diversi spunti di discussione.

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