Il Mobbing nella pubblica amministrazione

Mobbing nel Pubblico impiego: occorre provare l’esistenza di una serie di atti vessatori posti in essere con il fine specifico di emarginare il dipendente. Una recente sentenza della Suprema Corte (Cassazione n. 7985 del 2 aprile 2013), si è nuovamente pronunciata sulla questione del mobbing nella Pubblica amministrazione, ponendo in evidenza come, per la peculiarità del rapporto di Pubblico impiego, ai fini probatori della sussistenza del mobbing medesimo occorre provare l’esistenza di una serie di atti vessatori posti in essere con il fine specifico di emarginare il dipendente.

Non è pertanto sufficiente la sola prospettazione di un mero “svuotamento delle mansioni”, ma occorre dimostrare anche il nesso una preordinazione finalizzata all’emarginazione del dipendente.

Genericamente il termine mobbing si intende far riferimento ad una gamma di comportamenti prolungati nel tempo a danno della dignità personale e professionale di un qualsiasi lavoratore, nonché lesivi della sua salute psicofisica perpetrati attraverso abusi psicologici, vessazioni, atti di demansionamento, emarginazione, umiliazione e così via (elemento materiale), posti in essere con cosciente volontà (elemento psicologico) da superiori e/o da colleghi in sede lavorativa.

La pratica del mobbing nell’impiego pubblico consisterebbe, nello specifico, nella proposizione di attività vessatorie come ad esempio a) la sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro; b) la riduzione del ruolo e della funzione posseduta a compiti di banale o scarso livello in modo tale da rendere umiliante il prosieguo del lavoro medesimo; c) la fornitura di mezzi di lavoro inadeguati e di scarsa qualità, di arredi fatiscenti; d) la sistemazione in ambienti non idonei, poco riscaldati e/o male illuminati; e) il non consentire alla vittima di accedere al flusso di informazioni necessarie all’espletamento dell’attività (restrizioni nell’accesso ad internet, alle caselle di posta elettronica o a una linea telefonica.

Analogamente l’attribuzione di una funzione dirigenziale a persona esterna all’Amministrazione da parte dell’organo politico (ex art. 19 D. Lgs.165/2001) in dispregio del curriculum e dell’anzianità di servizio di altri aspiranti a quella carica provenienti dai ruoli dell’Amministrazione interessata può divenire un fatto “mobbistico” (Consiglio di Stato, sez. IV, sent. n. 495 del 24.3.1998) che, anche se giustificato da richiami al cd. “rapporto fiduciario” o ad un presunto efficientismo della P.A., in realtà potrebbe ben celare arbitri e soprusi perpetrati nei confronti di soggetti non più graditi all’amministrazione.

La figura del mobbing, così come delineata dalla Corte Costituzionale (Cost. 19.12.2003 n. 359; Corte Cost. 25.3 – 6.4. 2004 n. 113; Corte Cost. 27.1.2006; Corte Cost. 22.6.2006 n. 238 e n. 239) è stata assunta anche dalla Corte di Cassazione (Cass. SS.UU. 4.5.2004 n. 8438; Cass. Lav. 23.5.2003 n. 6326; Cass. Lav. 29.5.2005 n. 19053; Cass. Lav. 6.3.2006 n. 4774), la quale, a sua volta ha fatto risaltare come l’istituto abbia per oggetto pratiche vessatorie e persecutorie a carattere sistematico e protratte nel tempo attraverso comportamenti materiali o provvedimentali posti in essere volontariamente da uno o più soggetti, al fine di danneggiare il lavoratore nel suo ambiente di lavoro.

Il protrarsi ininterrotto nel tempo – e segnatamente, secondo la medicina del lavoro, per un periodo considerato almeno non inferiore ai sei mesi – di simili aggressioni di tipo comportamentale e/o provvedimentale, generano, nello svolgersi del loro insieme, il paradigma dell’ingiustizia del danno provocato dall’animus nocendi di organi superiori. Pertanto, il danno è inteso nel senso di “evento lesivo non previsto né giustificato da alcuna norma dell’ordinamento giuridico, all’unico e malcelato fine di indurre la vittima a sentirsi emarginata e introducendo in ogni caso un peggioramento nella sua vita” (da ultimo dalle Sez. Un. civ., 24 marzo 2006, n. 6572).

La problematica del mobbing nel Pubblico impiego presenta quindi delle peculiarità sue proprie e continua a destare grande interesse anche in relazione alle numerose sentenze che esaminano la questione, contribuendo a delinearne sempre più specificatamente i caratteri distintivi rispetto a quello che si realizza nel rapporto di lavoro privato.

Avv. Carla Di Lello – Specialista in Diritto Europeo – Dottore di Ricerca in Diritto Pubblico

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