L’Aquila. Risarcimento milionario, dopo la morte, per emotrasfusioni infette.

L’Aquila. Oltre un milione di euro a due anni dalla morte. Fu contagiata con sangue infetto.

La dura battaglia, iniziata dalla danneggiata e portata avanti dalle sue eredi, si è conclusa con un risarcimento milionario.

Contagiata da epatite C per una trasfusione di sangue infetto avvenuta presso l’ospedale di L’Aquila durante un’operazione di colecistectomia nel 1981, e deceduta solo un mese dopo dal sisma del 2009, citava, nel 2008, il Ministero della Salute che è stato condannato a pagare ai familiari un risarcimento di oltre 2 milioni di euro.

In particolare il Ministero dovrà versare alle eredi, €. 915.469,00 a titolo di danno non patrimoniale che sarebbe spettato alla danneggiata, €. 160.000,00 per ciascuna delle due figlie, per il danno morale da perdita del rapporto parentale, oltre alla condanna alle spese del giudizio, il tutto con rivalutazione e interessi legali dalla data del fatto.

E’ quanto statuito dal Tribunale di L’Aquila con la sentenza n. 716 del 26 ottobre scorso.

Una battaglia voluta fortemente dalla danneggiata, nel frattempo deceduta solo un mese dopo il sisma che colpì l’Aquila, e proseguita dalle figlie che si erano affidate al nostro studio, per ottenere il giusto ristoro delle sofferenze patite per quasi vent’anni di malattia e complicazioni tali da portarla alla morte.

Una sentenza indenne da censure, soprattutto in merito all’argomento prescrizione che riaprirà non poche speranze per tutti i contagiati che, tra gli anni ‘70 e ‘80, hanno riportato gravi conseguenze per i contagi da epatiti e Hiv a causa delle trasfusioni infette.

Il Tribunale di L’Aquila, dopo aver confermato la legittimazione passiva del Ministero della Salute, per omessa sorveglianza e vigilanza in materia sanitaria, ha riconosciuto non prescritto il diritto al risarcimento, disattendendo in parte la recente giurisprudenza di merito che annienta le speranze dei malati con sentenze di rigetto per intervenuta prescrizione.

Invero, molti giudici ritengono di applicare, tout court, il termine di prescrizione di cinque anni, per far valere i propri diritti, a far data dal deposito della domanda amministrativa di indennizzo ex lege 210/92.

Ricordiamo che la Suprema Corte di Cassazione aveva stabilito che il dies a quo della prescrizione decorre dal momento in cui il soggetto ha avuto effettiva conoscenza sia del danno che del probabile responsabile.

Per il giudice aquilano, dott.ssa Camilli: “ciò che rileva al fine del computo della prescrizione … è la consapevolezza da parte del soggetto della sussistenza del danno … ai sensi dell’art. 100 c.p.c. per agire in giudizio, rileva l’interesse ad agire, che tale è, quando il soggetto viene a conoscenza della esistenza del danno nonché del responsabile di questo.

Ora, si pone da sempre il problema dei verbali delle commissioni mediche ospedaliere, e se il termine di prescrizione per agire in giudizio debba decorrere dalla domanda di indennizzo o dalla notifica del verbale che attesta la sussistenza o meno del nesso causale.

Il Tribunale aquilano ha inteso, correttamente, valutare a mezzo di apposita CTU i criteri sopra enunciati “da un attento esame della documentazione e, in particolare, della relazione medica disposta d’ufficio, emerge chiaramente che l’attrice ha avuto conoscenza dell’eventus damni in data 13.03.1995, ma la gravità dello stesso nonché la riferibilità eziologica alle trasfusioni .. e quindi la individuazione del potenziale autore del danno, è stata accertata soltanto in data 17.03.1999, all’esito del procedimento amministrativo di cui alla legge n. 210 del 1992. Inoltre, deve osservarsi che nella specie la condotta omissiva del Ministero della Salute assume una rilevanza penale, essendo configurabile astrattamente il reato di omicidio colposo, e ciò incide sul termine di prescrizione … Invero, ai sensi dell’art. 2947 3° comma, qualora il fatto illecito è considerato dalla legge come reato, il termine di prescrizione per questo previsto si applica anche all’azione civile … non appare revocabile in dubbio che il diritto al risarcimento non si è affatto prescritto atteso che il termine da considerare è quello decennale… In particolare  in data 1999 veniva riconosciuto dalla competente Commissione medica il relativo indennizzo, previo accertamento della riferibilità dell’evento lesivo alle trasfusioni praticate dai sanitari dell’ospedale di L’Aquila”. La citazione era del 2008, quindi nei termini.

Ora, nel caso di specie si è giustamente applicato il termine di prescrizione decennale poiché è derivata la morte della danneggiata.

Ma il principio suesposto, a mio modesto parere, deve essere applicato anche alle domande di risarcimento di chi è ancora in vita e per i quali si applica il termine di prescrizione di 5 anni, non dal deposito della domanda amministrativa ma dall’effettivo momento in cui il danneggiato viene a conoscenza anche del responsabile, e ciò non può dirsi sempre e solo nel momento in cui si chiede la tutela amministrativa, ma il giudice ha l’onere di verificare puntualmente, anche a mezzo di apposita CTU, l’esatto momento in cui ciò può dirsi avvenuto, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto delle conoscenze scientifiche del momento storico.

Il Giudice, poi, ribadisce la responsabilità ministeriale a far data dalla data di conoscenza dell’epatite b, e che, nonostante il test di rilevazione dell’epatite C sia stato introdotto solo nel 1988, già dal 1960 la scienza mondiale aveva gli strumenti idonei a rilevare la presenza di virus nel sangue. Quindi, anche in assenza di un test identificativo il Ministero aveva comunque il dovere di praticare metodi alternativi esistenti che consentivano di effettuare indagini anamnestiche sui donatori e controlli effettivi di laboratorio sul plasma.

Infine, il Tribunale ribadisce il diritto degli eredi ad ottenere la liquidazione del danno da perdita di rapporto parentale:nel danno da perdita di un parente il giudizio è essenzialmente presuntivo ed è fondato sulla considerazione della importanza del legame parentale… non appare revocabile in dubbio, che il legame esistente tra madre e figli è quello primario, la più importante relazione umana rilevante sia per il diritto naturale che positivo, il principale rapporto, che si instaura con il concepimento e la cui rottura non può che provocare sofferenza”.

2 Commenti

  1. Avv. Mary Corsi
  2. massimo

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