Trasfusioni infette: responsabili anche gli ospedali.

Anche gli ospedali sono responsabili, sin dagli anni ’60, per i contagi da trasfusione. E la responsabilità è contrattuale. La Corte d’Appello di Milano conferma che anche gli ospedali sono responsabili dei contagi post-trasfusionali. La sentenza è la n. 2229/2012 in un caso di trasfusione eseguita il 28 novembre 1988.

Il Tribunale di Milano respingeva la richiesta risarcitoria perché, all’esito della consulenza medica espletata, secondo il consulente riferiva non certo il nesso causale tra malattia e trasfusioni presentando il danneggiato altre possibili fonti di infezione. Tra l’altro on riteneva sussistere profili di colpa in capo alla struttura ospedaliera, posto che all’epoca del contagio il virus C non era ancora noto.

La Corte di appello ha totalmente disatteso questa impostazione, rilevando come un soggetto possa essere ritenuto responsabile esclusivamente “delle conseguenze della sua condotta, attiva od omissiva, che appaiano sufficientemente prevedibili al momento nel quale ha agito … In altri termini ciò che rileva è che l’evento sia prevedibili come conseguenza della condotta, non da parte dell’agente, ma come applicazione di regole statistiche e scientifiche”.

La Corte, quindi, ritiene che la prova del nesso causale, nel processo civile, non richiede la certezza, come in quello penale, bensì esclusivamente la verosimiglianza, secondo la regola del “più probabile che non”, così come chiarito dalla Cassazione con le famose sentenze del gennaio 2008.

Inoltre, è scientificamente certo che, in soggetti non tossicodipendenti “la somministrazione di sangue e di emoderivati resta il veicolo più comune di trasmissione virale negli anni 70-80” e dunque, se il danneggiato è stato sottoposto a numerose cure, potenzialmente idonee a trasmettere l’infezione “la cosiddetta infezione nosocomiale non può essere esclusa, d’altro canto l’ipotesi della trasmissione attraverso la trasfusione appare essere, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e delle verifiche statistiche, il più probabile veicolo di contagio”.

Pertanto “la prova della sussistenza del nesso causale tra la condotta (trasfusione) e l’evento dannoso (contagio) … appare pienamente integrata, in quanto l’evento appariva pienamente prevedibile”.

Sul profilo di colpevolezza della struttura sanitaria, la Corte ha rilevato che, quand’anche “all’epoca della trasfusione non esistesse ancora uno specifico marker per il virus HCV, tuttavia esistevano analisi sierologiche (alterazione delle transaminasi, per esempio) …, che costituivano segnali indicatori sicuramente molto importanti al fine di verificare le condizioni di salute del donatore e l’eventuale sussistenza di rilevatori di infezioni di carattere epatico. Difatti già a partire dagli anni 60 era noto in ambito medico scientifico un terzo tipo di epatite, chiamato dalla comunità internazionale ‘NANB’, ossia non A non B , per indicare le differenze rispetto ai virus epatici degli altri tipi”…  “in quegli anni si era già riconosciuto che la via privilegiata del contatto con tali virus erano le trasfusioni di sangue. Se la ricerca scientifica non aveva ancora individuato il modo di isolare il virus e un metodo per la sua individuazione nel sangue …, lo studio dei fattori di rischio consentiva la possibilità di individuare possibili donatori infetti mediante opportuni marcatori … Già all’epoca in cui è stata effettuata la trasfusione all’appellante, quindi, era ben viva l’attenzione del mondo trasfusionale e infettivologico per il rischio di contagio di questo nuovo tipo di virus di epatite. Le indicazioni emergenti già in quel momento storico consigliavano quindi cautela nella selezione dei donatori, con più restrittivi criteri per il valore delle transaminasi, come pure l’utilizzo dei marcatori virali del virus B”.

La Corte ha infine riformato il capo della sentenza dove si affermava che, all’epoca del contagio, l’ospedale non aveva il dovere di effettuare tali controlli.

Questo obbligo sussiste sin dalla seconda metà degli anni ’60, quando circolari ministeriali imponevano rigidi criteri nella selezione dei donatori.

Rientra sicuramente tra gli obblighi di una struttura sanitaria quello di raccogliere e successivamente somministrare al paziente sangue non infetto “e quindi di attenersi a quelle linee guida individuate dalla comunità scientifica per escludere soggetti con alterazioni sierologiche o con eventi infettivi in atto o pregressi … Ciò porta quindi ad affermare che esisteva già al tempo della trasfusione praticata al [omissis] un obbligo giuridicamente sancito a carico dell’Azienda ospedaliera di attenersi a criteri rigorosi di selezione del donatore”.

Trattandosi di responsabilità contrattuale, è l’ospedale a dover dimostrare di essersi attenuto a questi criteri: non avendo assolto a tale onere probatorio, lo stesso è costituito in colpa e deve quindi risarcire i danni subiti dal paziente, verosimilmente contagiatosi durante un ricovero presso la propria struttura.

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