Cassazione: no alle dimissioni forzate dall’ospedale

La professione medica deve avere come principi base la tutela della salute del malato e la difesa della vita in generale. Le strutture sanitarie, quali ospedali e cliniche, non dovrebbero essere assoggettate a logiche di natura economica, ma poi purtroppo il problema delle risorse a disposizione mette spesso in discussione tutto il resto.

Tra i disagi più sentiti e diffusi negli ospedali italiani vi sono le “dimissioni forzate”. I ricoveri sono ormai diventati sempre più rapidi e il tempo dedicato alla convalescenza e la riabilitazione diminuisce.

Recentemente la Suprema Corte è intervenuta con una sentenza proprio su questo argomento. Il caso, venuto alla ribalta con la cronaca, riguarda la struttura ospedaliera di Busto Arsizio (Va), dove un malato, che aveva subito un intervento di angioplastica a causa di un infarto del miocardio, è stato dimesso dopo soli nove giorni dall’operazione. Tornato a casa, dopo poche ore il signor Romildo B. si è di nuovo sentito male, ed è morto durante il trasporto in ospedale.

I familiari del malato hanno citato in giudizio il medico per omicidio colposo, in quanto aveva dimesso il paziente troppo frettolosamente. La perizia legale effettuata sul deceduto ha messo in evidenza che il signor Romildo, oltre ad aver subito un delicato intervento, era anche obeso, fumatore, iperteso, con valori di colesterolo molto alti, e che sarebbe sicuramente sopravvissuto se fosse rimasto in ospedale, piuttosto che mandato a casa così presto.

Il medico, dal canto suo, si era difeso dicendo che al momento delle dimissioni il malato era asintomatico e le sue condizioni si erano stabilizzate.

In primo grado i giudici lo hanno condannato a otto anni di reclusione con la condizionale e al pagamento di 50 mila euro alla famiglia dell’uomo, a titolo di risarcimento. La Corte d’Appello di Milano, invece, ha assolto il medico, poiché il fatto non costituisce reato.

Il dottore si sarebbe attenuto ai protocolli che stabiliscono le regole da rispettare di fronte ad eventi di questo tipo. La Corte di Cassazione non era invece d’accordo con questa decisione, ed ha annullato la sentenza precedente, disponendo il rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello.

Dalla sentenza della Suprema Corte emerge la preoccupazione che gli ospedali, per gestire al meglio le risorse risicate a loro disposizione, tendano ad attuare logiche di tipo economico. I ricoveri, infatti, sono tra le spese più alte che un ospedale deve sostenere.

Un medico però non può andare contro il proprio codice deontologico, che mette in primo piano la salute del paziente e le esigenze di cura dello stesso. La sentenza ha provocato qualche polemica nel mondo medico. Ma, a leggerla bene, il dispositivo mette in discussione la politica sanitaria italiana, piuttosto che la categoria dei medici.

Le istituzioni hanno il dovere di potenziare le strutture presenti sul territorio, come le case di cura ed i centri di riabilitazione, in modo da agevolare il lavoro dei medici ed evitare questi lacune gravi nell’assistenza sanitaria.

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