Risarcimento da sangue infetto: da quando decorre la prescrizione?

Da quando parte la prescrizione per chiedere il risarcimento da sangue infetto, per epatite post-trasfusionale?

Sempre e solo dalla domanda amministrativa 210 o dalla notifica della CMO?

Mi permetto di tornare sull’argomento, avendo sperimentato, mio malgrado, come molti Giudici di merito intendano “interpretare” i principi della Suprema Corte di Cassazione, di cui alle sentenze del 2008, in relazione alla prescrizione del diritto al risarcimento danni (indicato in 5 anni) in maniera rigida e disattendendo gli ulteriori principi enunciati dalla Corte.

In particolare, si tende ad applicare il termine di 5 anni dalla proposizione della domanda amministrativa (ai sensi della legge 210/92 sull’indennizzo) e non dalla notifica della CMO (Commissione Medica Ospedaliera) che attesti la sussistenza di un nesso causale tra la trasfusione e l’infezione.

Ebbene, non mi stancherò mai di ribadire ciò di cui sono fermamente convinta, e che ho portato all’attenzione della Corte di Cassazione in un giudizio pendente proprio sull’argomento prescrizione, sperando che dia delle indicazioni più specifiche e chiarisca alcuni aspetti ancora equivoci.

Il Ministero, nei giudizi, eccepisce spesso l’intervenuta prescrizione. Dapprima voglio soffermarmi su tale aspetto.

Con la sentenza n. 584/2008 le Sezioni Unite ribadiscono che ‹‹il debitore che eccepisce la prescrizione ha l’onere di provare la stessa (quale fatto estintivo del diritto azionato) e quindi anche la data di decorrenza”. Non basterà, pertanto, che l’avvocatura sollevi genericamente tale eccezione, ma dovrà indicare il momento esatto secondo il quale ritiene che il danneggiato abbia avuto conoscenza della propria malattia e del nesso causale, sulla base di documentazione idonea a verificare tale circostanza.

Dovrà, poi, farlo tempestivamente, ovvero 20 giorni prima della prima udienza, altrimenti decadrà e l’eccezione si avrà come non proposta.

Quanto alla detta eccezione, il Giudice non può applicare tout court il principio che la prescrizione inizi a decorrere dalla domanda amministrativa in tutti i casi, poiché la Cassazione ha chiaramente evidenziato che

“l’individuazione del dies a quo presuppone una rigorosa analisi delle informazioni cui la vittima ha avuto accesso o per la cui acquisizione si sarebbe dovuta diligentemente attivare, della loro idoneità a consentire al danneggiato una conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio” (Cass. SSUU 581/08 e Trib. Venezia 7213/2003).

A tal uopo, si riporta quanto statuito dal Tribunale di Roma, con sentenza n. 17265/2008:

“Ed infatti, se, da un lato, è incontestabile che la parte attrice, all’esito degli esami clinici eseguiti durante il ricovero ospedaliero del 2001 presso il Policlinico A. Gemelli di Roma, ha avuto conoscenza della positività Anti-HCV, tuttavia soltanto dagli accertamenti svolti dalla C.M.O. del Ministero della Difesa (verbale in data 11.3.2003) ha potuto avere un quadro completo degli elementi della fattispecie configurante l’illecito civile, essendo emersa soltanto in seguito all’accertamento della eziologia post-trasfusionale della patologia infettiva la esistenza di un danno ingiusto risarcibile (e, dunque, potendo soltanto da tale momento essere fatto valere il diritto al risarcimento: Corte cass. 12.8.1995 n. 8845; Corte cass. 9.5.2000 n. 5913; Corte cass. 21.2.2003 n. 2645).

D’altronde, ritenere in via generale che il termine di prescrizione decorra sempre e comunque dalla domanda amministrativa, produrrebbe una disparità di trattamento e l’incertezza del diritto, laddove la proposizione di un giudizio, entro 5 anni dalla domanda amministrativa, che dovesse concludersi dopo la decisione positiva del Tribunale (e ciò è assolutamente possibile), nel caso in cui la CMO non dovesse ravvisare nesso causale (per assenza, ad esempio, di donatori infetti) avrebbe un esito indiscriminato dei giudizi.

Ciò che la Suprema Corte ha voluto evidenziare è che non sempre dalla notifica della CMO deve farsi decorrere l’invocato termine di prescrizione, poiché in molti casi la diligenza della vittima può portarlo a conoscere la rapportabilità causale, usando l’ordinaria diligenza, prima della verifica da parte della Commissione.

Ma nella maggior parte dei casi così non è. Esigere che il danneggiato azzardi un giudizio (oneroso e rischioso) solo sulla base di supposizioni, si rivelerebbe altamente temerario ed imprudente.

E la proposizione della domanda amministrativa non deve far supporre di per sé che il danneggiato abbia acquisito quella “conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio”, poiché, come chiarito dalla Suprema Corte, non si deve scivolare nell’indagine psicologica del soggetto:

“Va specificato che il suddetto principio in tema di exordium praescrìptionis, non apre la strada ad una rilevanza della mera conoscibilità soggettiva del danneggiato. Esso deve essere saldamente ancorato a due parametri obiettivi, l’uno interno e l’altro esterno al soggetto, e cioè da un lato al parametro dell’ordinaria diligenza, dall’altro al livello di conoscenze scientifiche dell’epoca, comunque entrambi verificabili dal giudice senza scivolare verso un’indagine di tipo psicologico. In particolare, per quanto riguarda l’elemento esterno delle comuni conoscenze scientifiche esso non andrà apprezzato in relazione al soggetto leso, in relazione al quale l’ordinaria diligenza dell’uomo medio si esaurisce con il portarlo presso una struttura sanitaria per gli accertamenti sui fenomeni patologici avvertiti, ma in relazione alla comune conoscenza scientifica che in merito a tale patologia era ragionevole richiedere in una data epoca ai soggetti a cui si è rivolta (o avrebbe dovuto rivolgersi) la persona lesa.” (Cass. SSUU n. 581/08).

Pertanto, la proposizione della domanda amministrativa può rivelarsi sostenuta da certezze meramente soggettive, ma che non hanno alcun riscontro con gli elementi oggettivi richiesti.

Ciò comporta una rigorosa analisi da parte del giudice di merito sul contenuto della diligenza esigibile dalla vittima nel caso concreto, ovvero sulle informazioni che erano in suo possesso, o alle quali doveva esser messa in condizioni di accedere, o che doveva attivarsi per procurarsi (si verifichi anche la buona tenuta delle cartelle cliniche, poiché molto spesso mancano elementi minuziosi relativamente alle trasfusioni subite, soprattutto negli anni 70, ovvero non si può acceere ai centri trasfusionali, con la conseguenza che ancor più gravoso risulta, per il soggetto leso, vagliare la possibilità di un nesso trasfusione-infezione prima della verifica della CMO).

Resta, quindi, al giudice del merito vagliare quale fosse la misura di diligenza esigibile dal soggetto danneggiato e quindi quali fossero le informazioni in suo possesso o quali fossero quelle alle quali egli doveva essere posto in condizione di accedere o che doveva comunque attivarsi per procurarsi.

Da ultimo, vorrei far rilevare come, se dovesse applicarsi tout court il dies a quo dalla proposizione della domanda amministrativa, la Suprema Corte non avrebbe evidenziato tutti questi aspetti (diligenza della vittima, conoscenze scientifiche, etc..), potendo semplicemente affermare che dalla domanda ex lege 210/92 decorre il termine di prescrizione (mi permetto di evidenziare quanto sopra, posto che molti giudici di merito ritengono di procedere in tal senso, senza verificare i principi innanzi esposti e sin’anche senza il supporto di idonea CTU).

Vi terrò informati di eventuali nuove decisioni.

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