Niente operazioni senza speranza, anche se il paziente dà il consenso

I medici che sottopongono pazienti affetti da patologie gravi che non hanno speranza di guarigione o “inoperabili” per altri motivi ad interventi chirurgici, commettono una grave violazione del codice deontologico. Questo vale anche nel caso in cui il paziente stesso abbia prestato il consenso ad essere operato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha condannato tre medici per omicidio colposo, in quanto avevano operato una donna in stato terminale, deceduta in seguito all’intervento chirurgico. I tre medici prestano servizio all’Ospedale “San Giovanni” di Roma, ed hanno provocato la morte di una giovane donna di 43 anni, alla quale

I medici che sottopongono pazienti affetti da patologie gravi che non hanno speranza di guarigione o “inoperabili” per altri motivi ad interventi chirurgici, commettono una grave violazione del codice deontologico. Questo vale anche nel caso in cui il paziente stesso abbia prestato il consenso ad essere operato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha condannato tre medici per omicidio colposo, in quanto avevano operato una donna in stato terminale, deceduta in seguito all’intervento chirurgico.

I tre medici prestano servizio all’Ospedale “San Giovanni” di Roma, ed hanno provocato la morte di una giovane donna di 43 anni, alla quale era stato diagnosticato un tumore al pancreas con metastasi diffuse in tutto il corpo. La paziente aveva solo sei mesi di vita a causa di questa malattia ormai allo stato terminale, ed una ulteriore operazione risultava alquanto “inutile”. La Suprema Corte, con la sentenza n. 13746 emanata dalla IV Sezione penale, ha stabilito le responsabilità dei “camici bianchi” Carmine N. ed Andrea M. e del chirurgo Cristiano Huscher, ravvisando in questi soggetti un “prioritario profilo di colpa”: i medici avrebbero violato, secondo i supremi giudici, sia le regole di prudenza, che quelle dettate dalla coscienza e dalla scienza di chi esercita la professione medica. Nel caso di specie, era assolutamente impossibile che l’intervento potesse migliorare la qualità della vita o la salute della paziente, ormai irreparabilmente compromessa dalla presenza di metastasi in tutto il corpo. La paziente, dal canto suo, aveva dato il suo consenso in quanto disposta a tutto pur di allungare le sue speranze di vita per stare ancora con le sue due bimbe.

Si è trattato, dunque, di un inutile accanimento diagnostico-terapeutico, che viola il codice deontologico medico. La signora è deceduta l’11 dicembre 2001, a seguito di una emorragia di cui neppure il chirurgo si era accorto di aver provocato. Dopo l’operazione, la signora aveva cominciato a stare male, fino a perdere conoscenza. Durante le manovre di rianimazione la donna aveva subito anche la frattura di due costole e dello sterno.Il dottor Huscher è stato condannato ad un anno di reclusione, mentre le pene previste per gli altri due dottori sono cadute in prescrizione. Huscher ha subito una condanna per omicidio colposo, e per la sua decisione di effettuare comunque l’operazione chirurgica. I tre professionisti dovranno risarcire i danni morali subiti dalla sfortunata paziente, che è morta prima ancora del tempo che la malattia le avrebbe consentito. Vicende come quella che abbiamo appena raccontato sono purtroppo molto frequenti, rappresentano una triste realtà della sanità italiana. Sempre più spesso i medici dimenticano di osservare il codice deontologico che disciplina la loro delicatissima professione, e questo può provocare conseguenze disastrose per i pazienti che si affidano a loro con fiducia.

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