Trasfusioni con sangue infetto: da Palermo condanne milionarie.

Sono di poco tempo fa due le sentenze emesse dal Tribunale di Palermo che hanno condannato il Ministero della Salute a risarcire due cittadini, danneggiati a seguito di trasfusione di sangue infetto.

Con la prima sentenza il Tribunale ha condannato il Ministero a risarcire la somma di € 547.000,00, di cui € 497.000,00 in favore di un cittadino Lampedusano a titolo di danno biologico e morale, ed ulteriori € 50.000,00 per la moglie del danneggiato, per danno morale e danno alla sfera sessuale, a causa della necessità di adottare precauzioni per il pericolo di contagio.

La seconda sentenza, emessa dallo stesso Tribunale, in persona di Giudice diverso, ha condannato il dicastero a risarcire la somma la somma complessiva di € 529.000,00, di cui € 376.000,00 in favore della signora contagiata da epatite post-trasfusionale ed € 153.000,00 in favore del marito, purtroppo contagiato a seguito di rapporti sessuali intrattenuti con la consorte.

Sono centinaia le cause incardinate presso i tribunali di tutta Italia a seguito dei numerosi contagi avvenuti dagli anni 70 ai 90, per pratiche trasfusionali poco controllate.

Nel secondo caso di risarcimento ai coniugi, addirittura non era stato possibile rinvenire le trasfusioni effettuate, poiché non annotate nella cartella clinica dell’intervento chirurgico, con la conseguenza che era stato impossibile dimostrare il nesso di causa.

Fortunatamente, dopo la minaccia di denuncia penale per omissione di atti d’ufficio, l’Azienda ospedaliera ha depositato i registri trasfusionali dai quali risultava che alla signora erano state somministrate almeno tre sacche di sangue.

Le trasfusioni sono avvenute rispettivamente nel 1986 e, nel secondo caso, nel 1983.

A seguito del grave peggioramento dello stato di salute ed a causa del radicale mutamento delle proprie condizioni di vita, i cittadini siciliani hanno deciso di intraprendere la causa civile contro il Ministero della Salute, al quale competeva istituzionalmente il compito di vigilare sulla raccolta e sulla distribuzione del sangue e degli emoderivati da destinare alla somministrazione.

Il Ministero della Salute, si è difeso, come sempre fa, assumendo che non sarebbe resposnsabile poiché, all’epoca delle trasfusioni, non era ancora stato identificato il virus dell’epatite C (sino al 1989 conosciuto come NonA-NonB).

Ricordiamo come le Sezioni Unite della Cassazione, nel gennaio 2008 e con una recente sentenza del 2010, abbiano chiarito come il ministero debba ritenersi responsabile fin da quando è stato identificato il virus dell’epatite B, quindi, quantomeno, dai primi anni ’70.

Il Tribunale di Palermo, ha, dunque, correttamente applicato i principi della Suprema Corte condannando l’ente poiché doveva esercitare attivamente il dovere di controllo e vigilanza – secondo le tecniche al tempo note – sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati, in modo da ridurre il rischio infezioni post-trasfusionali.

Pertanto, avendo omesso il controllo preventivo sul sangue importato dall’Africa e dall’Asia (ma anche dall’America, ricordiamo come drogati ed alcolisti facevano la fila per donare il loro sangue in cambio di pochi cent) ad alto rischio patogeno, è da addebitargli una responsabilità colposa che con il suo comportamento omissivo ha favorito la trasmissione di epatite B e C e AIDS con le pratiche trasfusionali e la somministrazione di emoderivati.

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